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04/11/2011 - ZANZIBAR DIARIES...

Zanzibar fuga dell'anima....

Una folata d’aria calda mi investì in pieno volto, appena uscii dall’aereo. Caldo. Il respiro mozzato, come quando ci si innamora, gia all’aereopoto la prima carezza te la fa il Kaskazi il vento monsonico ed è una carezza dolce che sa d’Africa e che ti stregherà per tutta la vita.
Per me, abituato ai climi freddi del nord Italia, entrambe le cose. Avevo dinanzi a me un certo numero di giorni: tantissimi, a giudicarli all’inizio, se pensavo all’incognita dell’avventura che stavo per vivere. Pochi, troppo pochi, alla fine di quest’avventura, quando ormai ero abituato al viaggio; e ancora più pochi, forse, per essere riuscito a capire.
Zanzibar non chiede di essere capita, ma semplicemente compresa con l’anima, con il cuore… con lo spirito del viaggiatore che osserva per la stessa ragione del viaggio. Un anonimo scrisse “Se la vita è un viaggio, chi viaggia vive due volte”.
Difficile è descrivere: è la differenze tra il vivere ed il raccontare; le cose che si vivono tutte d’un fiato, come un bicchiere di vino forte, stordiscono a tal punto che ne sei ubriaco, e non riesci a raccontarle a chi non le ha vissute con te… tutto sembra ridursi ad una semplice descrizione di fatti. Ma più dei fatti, conta l’emozione che s’è provata. E quella è solo tua e te la porti dentro per sempre.
Stone Town: la città di pietra protetta dall’UNESCO, si presenta ai miei occhi come un dedalo caotico, le cui strade sono state mischiate come carte di un mazzo da qualche demone; nei claustrofobici vicoli aleggia una fragranza strana, un misto di odori di spezie di fogna e di limone, di muri crepati e di linde moschee, di ricchezza e povertà. In ogni vicolo persone, persone e ancora persone dai volti sempre diversi: arabi e neri Bantù, indiani e mulatti, innumerevoli Masai con i loro banchi con la medesima mercanzia, le incredibili porte in legno intagliate famose nel mondo, i suoi bambini che instancabilmente per interi minuti ti seguono ripetendo “ Jambo “ e ridendo appena rispondi “ poa “ e le biciclette che sfrecciano impazzite obbligandoti a salire al volo su qualche gradino .
Poco distante dal mercato, tra la Cattedrale Anglicana e la moschea, che cinque volte al giorno richiama alla preghiera con le grida del muezzin dall’alto del minareto, che canta in maniera a noi incomprensibile ma con una musicalità nella voce che ammalia come le sirene.
I piccoli hotel ospitano gli innumerevoli viaggiatori di passaggio e molti locali offrono l’Africa da bere, con i suoi the speziati e le sue birre locali: lì ti senti subito a casa, per la gentilezza dei gestori e per l’atmosfera genuina. Ogni volta quando scendo in città amo siedermi sulle panche di pietra esterne o sui gradini di cemento che nei vicoli abbondano, per osservare la vita quaotidiana che passa senza fretta “ pole-pole “ o per raccontare a qualcuno dell’Europa e farmi raccontare a sua volta dell’isola e dell’Africa. Ogni tanto passa qualcuno: "Jambo!" e alla risposta "Salama!" sorride compiaciuto che un “mzsungu“ lo abbia salutato nella sua lingua.
Il giorno cammino per i variegati vicoli, tra palazzi fatiscenti, ricordi di glorie passate, e bazar che offrono le merci più strane: parei, legni intagliati, spezie, io con i miei occhi abili a scrutare, sempre alla ricerca di qualche pezzo “autentico” da esibire come trofeo o semplicemete da contemplare in un futuro non troppo lontano fatto solo di ricordi.
E poi il mercato: bancarelle stracolme di frutti e spezie, Il tutto ammantato da una serie impressionante di odori e lezzi quasi indescrivibili, aromi di cannella, vaniglia, e chiodi di garofano si confondono con l’odore del pesce e del sangue del vicino mattatoio. Tra gli stretti banchi dai mille color le cui tende si innalzano per unirsi sulla mia testa fino a filtrare la luce del sole e creare colori caldi e giochi incredibili di ombre; i volti dei mercanti, scavati dalla fatica e dal caldo; grida e risate e donne coloratissime nei loro parei, con enormi cesti sulla testa e l’immancabile seguito dei bambini che mi guardano un po’ perplessi ed un po’ divertiti.
La sera nei giardini che danno sul mare, vicino al vecchio Forte, il buio della notte è rischiarato solo dalle candele o dalle lampade a petrolio delle bancarelle, soprattutto nel periodo subito alla fine del “Ramadan” dove la gente fa festa dopo il lungo mese di digiuno.
Ogni tanto, tra la folla, scorgo un mendicante che si china sugli avanzi gettati da qualche passante, questo è il volto triste dell’Africa, da vivere e non dimenticare,ed è in questi momenti che è difficile essere bianco,soprattutto quando i suoi occhi scuri come la notte incrociano i tuoi, questi momenti assomigliano a quello che ci vogliono far credere dell’Africa in occidente, ma qua la vita scorre così a questo ritmo ciclico, accompagnato da quello delle albe e dei tramonti infuocati, si adegua la vita degli abitanti. Qualcosa che noi non conosciamo, noi occidentali troppo impegnati dall’elettronica e dalla logica perversa degli orologi, noi che cambiamo televisione o scarpe solo perchè siamo stufi di usarle e non per necessità, noi benestanti, in quanto occidentali, siamo ricchissimi in quanto viaggiatori; viaggiatori in grado di osservare in silenzio, le visioni primitive e vere, in grado di ascoltare quello che l’Africa ci sussura all’orechio discretamente.
Ed è forse questa la ragione del viaggio. “Hakuna Matata Zanzibar“

Enzo Santambrogio
Zanzibar 04/11/2011



 
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